Copyright vs Copyleft

Il copyright è un principio giuridico che riconosce la paternità di un’opera di ingegno inedita o originale, garantendo al suo autore la facoltà di decidere liberamente in che modo disporre della propria opera di intelletto.

L’espressione anglosassone “copyright” risale al XVI secolo e significa letteralmente “diritto di copia”, poiché venne introdotta in seguito all’invenzione e allo sviluppo della stampa. La messa a punto di una tecnica in grado di riprodurre meccanicamente e automaticamente una grande quantità di copie di un unico documento originale aveva, infatti, rappresentato una svolta epocale: i contenuti di materiali cartacei come libri e giornali potevano essere duplicati in serie e diffusi su vasta scala, finalmente diveniva possibile promuovere una condivisione di massa della cultura, di conseguenza si ritenne necessario tutelare chi per primo avesse dato vita a un qualsiasi referente originale.

In linea di massima, il concetto di copyright ribadisce tutt’oggi i presupposti in base ai quali era stato concepito, ovvero che il realizzatore materiale di un bene culturale (come ad esempio un libro o un video-documentario, etc.) è detentore di particolari diritti di proprietà su tale bene. Tali diritti sono comunque alienabili, ossia trasferibili a terzi, e generalmente l’autore è indotto a cedere i propri diritti a un editore (parlare di singolo editore può essere fuorviante, spesso si tratta di grosse associazioni dedite all’editoria) per poter rendere visibile il proprio lavoro e riuscire a far circolare il proprio prodotto. Una volta acquisiti i diritti d’autore, l’editore è legittimato a beneficiare della commercializzazione del bene. Il problema è che le esigenze di profitto degli editori spesso mal si conciliano con quelle di libero accesso alla cultura da parte della collettività, tant’è che l’adozione del principio di copyright ha sempre coinciso con l’attuazione di norme che instaurassero un compromesso accettabile, allo scopo di conciliare ed equilibrare le rispettive esigenze, ma col trascorrere del tempo è stato sempre più difficile perseguire questo intento. A mettere definitivamente in crisi questo sistema è stato proprio il progresso tecnologico, lo stesso che ne aveva propiziato l’inizio. Registratori musicali prima, videoregistratori dopo, hard disk in seguito, fino ad arrivare a internet: nell’arco di un trentennio per tutti noi è diventato sempre più facile e agevole duplicare e scambiare un qualsiasi prodotto culturale (dai film, agli album musicali, ai libri, ecc.), addirittura lo si può fare gratuitamente da casa, ormai praticamente tutto è reperibile in rete e può essere scaricato (archiviato) direttamente sul nostro computer.

copyright-copyleftE’ evidente che per autori ed editori questo nuovo “regime” di condivisione della cultura è fortemente penalizzante, il rischio è quello di non sostenere adeguatamente l’industria culturale ed è questo il motivo fondamentale che ha spinto a un’interpretazione sempre più rigida del copyright, fino all’istituzione del cosiddetto “reato di pirateria”, in pratica: una vera e propria criminalizzazione del libero scambio. In tal senso, col termine “pirateria” si è soliti indicare una prassi illecita, che si concretizza nell’atto di dare/ricevere beni su cui vige il copyright. Come abbiamo accennato, la rete offre l’opportunità di scambiare o condividere beni (files) in maniera rapida e semplice, i modi per farlo sono molteplici, dal “file sharing” (condivisione di elementi tra due o più computer) al “p2p” (testualmente “peer to peer”, indica il passaggio di dati, quindi di files o elementi, “da nodo a nodo”, cioè da computer a computer), tutto questo è stato sommariamente dichiarato illegale.

Tuttavia, la consapevolezza di non poter più assecondare una così inflessibile attuazione del copyright ha inspirato la nascita di associazioni a favore del software libero come la FSF (Free Software Foundation) e ha indotto al concepimento del copyleft. Come si evince dal termine, “copyleft” è un doppio gioco di parole contrapposto a copyright. Left può significare sia “sinistra”, sia “lasciato, concesso”; right può significare “destra” o anche “diritto”. Il copyleft, o “diritto di copia concesso”, assume sin dal principio un significato intrinseco opposto a quello di copyright, difatti è promotore di un modello di tutela delle proprietà autoriali del tutto differente e innovativo. Il copyleft si basa su un sistema di licenze, le quali permettono di utilizzare liberamente un’opera, e dunque di copiarla, modificarla, redistribuirla. L’unico vincolo annesso allo sfruttamento di un bene culturale protetto da copyleft è di rispettare il regime di licenze che lo regola, quindi in sostanza di non limitarne la circolazione e l’uso. CC (licenze Creative Commons), GNU GLP (General Public Licence), GNU LGPL (Lesser General Public Licence), ecc., costituiscono tipologie differenti di licenze copyleft, ognuna contiene specifiche direttive, anche se tutte sono accomunate dall’idea e dall’obiettivo di favorire la diffusione della cultura libera.

Il copyleft è quindi basato sul concetto di Open Source, che letteralmente significa “sorgente aperto” e che è riferito al codice di scrittura di un applicativo o software. In pratica un programma “Open Source” è utilizzabile liberamente, ossia è possibile scaricarlo, fruirne e addirittura modificarne il codice. Distribuire softwares con codice sorgente aperto ha conseguentemente favorito la nascita e la diffusione di piattaforme applicative sempre più potenti e flessibili, proprio perché, grazie alla contemporanea diffusione di internet, intere comunità di sviluppatori in tutto il mondo (spesso indipendenti e guidati da pura passione per la programmazione informatica) hanno avuto accesso ai codici di scrittura di un’applicazione apportando modifiche e miglioramenti. E’ esattamente in questo modo che venne concepito e in seguito notevolmente sviluppato un sistema operativo potente come Linux.

Spesso si commette l’errore di associare il concetto di “Open Source” a quello di software gratuito, in realtà la libertà di disporre di un codice sorgente libero non implica necessariamente che questo non debba generare profitti e crescite economiche, anzi. Un esempio emblematico recente è il sistema operativo Android, nato in ambiente Linux e divenuto più stabile e potente dei sistemi operativi suoi concorrenti proprio grazie al fatto di essere aperto, infatti le sue funzionalità e  i suoi strumenti si sono esponenzialmente moltiplicati grazie alle “app” sviluppate da programmatori indipendenti (spesso molto giovani) che ne hanno ampliato le potenzialità applicative in maniera vertiginosa. Non è un caso se il colosso Google abbia concentrato il suo enorme giro di affari sul software libero, compreso il suo fiore all’occhiello Android.

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